Non prendiamoci in giro.  La riforma di Nordio e Meloni non ha niente a che vedere con i problemi della giustizia, non essendo stata scritta nell’interesse dei cittadini ma  della politica.

E’ il pretesto per fare altro: indebolire la magistratura a beneficio del Governo, renderla più “docile” rispetto ai diktat dell’Esecutivo, non ostacolarlo.

         Del resto è ben nota  l’insofferenza della Meloni, quando la Magistratura o la Corte dei Conti hanno sanzionato alcuni  atti del Governo, oppure  quando la Premier si è lamentata perché i giudici  “non remano nella stessa direzione”.

         Di qui la decisione del Governo di una prova di forza. Come? “Aggredendo” gli equilibri della Costituzione in uno dei suoi cardini: la separazione dei poteri. E c’è un motivo: L’Italia veniva da un Ventennio dove il Parlamento era stato mandato in soffitta e la giustizia “obbediva” solo alle direttive del Governo. Cioè di Mussolini.

         Ecco perché Calamandrei e gli altri Padri Costituenti – non i Nordio o le Bartolozzi di oggi – si sono preoccupati di garantire la libertà perduta  prevenendo il dispotismo dell’Esecutivo sul legislativo e sul giudiziario con un sistema in cui i tre poteri si limitano e si controllano a vicenda.

         Esattamente quello che “questa” riforma  non vuole. Ufficialmente il referendum è sulla separazione delle carriere ma il vero obiettivo, spacchettandolo, è quello di demolire l’organo di garanzia dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura, il CSM.

         In verità,  il disegno è più complesso. Il testo è stato concepito come un cavallo di Troia per altre “novità” in itinere: L’indebolimento di tutti gli organi di controllo e la concentrazione del potere nel Governo. A questo rispondono il premierato e la nuova legge elettorale che si vorrebbe fortemente maggioritaria.

         E la sorpresa verrà con le norme attuative, finora tenute segrete e che, già scritte,  usciranno immediatamente dalle scrivanie di via Arenula se dovesse vincere il “si”.

Per catturare consensi  Governo e maggioranza assicurano ora di volerle scrivere  in accordo con le Opposizioni e la stessa Magistratura. Ma le premesse dicono altro.

 Domanda: Perché  non lo hanno fatto quando il testo è passato per quattro volte al vaglio del Parlamento,  senza che nemmeno i parlamentari della stessa maggioranza potessero  emendarlo?

I nodi di quattro anni di promesse non mantenute stanno venendo al pettine: c’è la crisi della sanità, le grandi e piccole città sono meno sicure, i salari fermi ai tempi di Checco e Nina, le bollette energetiche alle stelle, le tasche degli italiani sempre più vuote e la guerra scatenata da Trump e  Netanyahu sta facendo il resto.

Il Governo si rende conto che gli italiani stanno aprendo gli occhi e potrebbero presentare il conto alle prossime elezioni. Ecco perché non c’è tempo da perdere e ci si affretta a modificare la Costituzione prima delle politiche in modo da costringere l’eventuale nuova maggioranza a muoversi in  un Paese “stile Orban”.

Una Carta – ricordiamolo – che la Destra di Meloni e La Russa hanno sempre sentita estranea e che, con il voto del 22 e 23 marzo,  vorrebbero stravolgere!


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