Non è una novità l’idiosincrasia  di Giorgia Meloni per i giornalisti. Così come è ben nota la scarsa sintonia  con leader europei non sovranisti.  Più grave invece  il “menefreghismo”, ereditato dal Ventennio, per gli avversari in Parlamento.

         Dicono che “scappa”. Non è vero!  “Se ne frega”, dopo averlo umiliato per quasi quattro anni con decreti e voti di fiducia.  E’ la corazza che ha deciso di indossare per rinviare i problemi ed eludere  i confronti.

         Ad essere maligni si direbbe che è brava  nel  leggere un testo scritto con qualche sporadica divagazione e l’aggiunta di faccette più o meno divertenti. A volte indisponenti.

         Come non si spiega la decisione di disertare ancora una volta le aule di Camera e Senato per  una  lettura doverosa  della “sua”  sconfitta al referendum sulla giustizia.

         Al Paese non basta la “cacciata” – perché di questo si  è trattato  – di Delmastro, Bartolozzi e Santanchè.  Si vuole conoscere il pensiero  della Presidente del Consiglio che sul referendum, alla fine, è stata costretta a metterci la faccia. Non è servito?  Perchè?  Che succede ora?

         Nessuno le chiede di dimettersi anche se lei, nel 2016, ricordò all’allora Presidente del Consiglio Renzi che  “il referendum è il banco di prova del governo.  E se lo perdi vai casa”. Evidentemente ha cambiato idea.

Bene, Meloni non lo ha fatto ma Nordio?  E’ il ministro della Giustizia. Tu, premier,  costringi alle dimissioni un sottosegretario ma non il suo Ministro?  Mandi via la Capo di Gabinetto e lui resta?  Si dirà per una frase offensiva verso i giudici.  E il CSM che il Guardasigilli ha definito “para mafioso” non è altrettanto offensivo? Due pesi e due misure, un coacervo di contraddizioni alle quale comunque ci ha abituati

         Ma forse proprio per questo la Premier  si rifiuta di andare in Parlamento. Sa che questo le verrebbe rinfacciato e lei non saprebbe come “tenere botta”.

         O, meglio! La Ducetta ha un’idea “proprietaria” del Parlamento. Il Popolo l’ha votata ed è lei a “comandare”. Un concetto che si salda, inizialmente con il presidenzialismo, poi con il premierato ed ora con l’idea di una legge elettorale che le consenta di prendersi anche i parlamentari  che il voto non le darebbe.

         E’ avvenuto nel 2022,  quando con  un meccanismo elettorale favorevole, si è presa Camera, Senato,  Governo e presidenze di commissioni parlamentari. Ed è andata avanti  ricorrendo a decreti e fiducie perché non sicura della lealtà dei “compagni di viaggio”.

         E questo spiega anche le quattro letture della riforma della giustizia dove  nessuno – né la maggioranza né le opposizioni – ha potuto mettere bocca.

         Come si è detto una concezione “proprietaria” del Parlamento: Il popolo me lo ha dato, guai a chi me lo tocca!


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